Il dialogo tra medici e pazienti è da considerare alla base dell’”alleanza terapeutica”, ovvero di una relazione, più o meno lunga, tra un paziente e chi è chiamato a curarlo.
Ai primordi della medicina il rapporto era quasi “sacrale”, i medici erano depositari di diagnosi e conseguenti terapie, le cure erano ovviamente empiriche, collegate ad erbe e pozioni oculatamente somministrate ai malati di allora. Col passare degli anni lo scenario è migliorato, grazie alle le scoperte scientifiche dei primi “sperimentatori”, seguite poi da ulteriori conquiste, quali le vaccinazioni, gli antibiotici, gli antivirali, i chemioterapici. Paradossalmente, a fronte di un progresso in ambito terapeutico, si è verificata però una sorta di flessione nel rapporto di cura, che trova le sue radici nell’implementazione culturale dei pazienti (anche internet è una fonte di “cultura”?), nella contrazione dei tempi da dedicare al malato, per motivi di ordine burocratico ma non solo, nel calo del numero dei medici, che in Italia, ad oggi, forse per un’errata programmazione del numero chiuso, determina gravi carenze che oggettivamente rendono ancora più difficile il lavoro di chi cura.
Se molti pazienti lamentano una scarsa prossimità dei loro curanti, riferendo colloqui scarni, sguardi sfuggenti, sensazione di rappresentare “un incidente nella routine di lavoro del medico” (Anatole Broyard, critico letterario) occorre farsi delle domande e trovare delle risposte, non solo per motivi etici, ma anche (se non soprattutto, forse!) per motivi economico organizzativi.
Occorre una riflessione su alcuni fenomeni documentati grazie a studi di settore.
Iniziamo dai contenziosi in ambito medico legale. La dott.ssa Wendy Levinson, in una serie di studi della fine degli anni ’90, ha dimostrato che i medici più “empatici”, più interessati alla storia del paziente, più sorridenti durante il colloquio incorrono più difficilmente in contenziosi rispetto ai colleghi che dedicano solo pochi minuti in meno al colloquio, sono concentrati nello scrivere appunti senza intrecciare sguardi col malato, mostrano attenzione ai sintomi ma “meno al sentire” dello specifico paziente.
In Italia, ogni anno, vengono accesi circa 36000 contenziosi (dati 2019), con rimborsi che vanno da pochi euro a milioni di euro. Probabilmente migliorare le modalità del colloquio col paziente, anche e soprattutto in ambito consenso informato, potrebbe ridurre significativamente il dato.
C’è anche dell’altro. Parlare in modo più approfondito ai pazienti comporta che gli stessi comprendano appieno i percorsi di cura, quindi li seguano con continuità, non cercando inutili alternative o, peggio, andando in sedi lontane, disponendo invece di soluzioni analoghe e disponibili praticamente sotto casa.
Tocca ancora rimarcare che il corretto approccio ai pazienti riduce di circa il 10% l’aggressività sugli operatori sanitari. Se un medico, così come un infermiere o un operatore amministrativo in ambito sanitario, ottiene le giuste coordinate per una buona comunicazione con i pazienti (oltre che con gli accompagnatori) ciò contribuisce ad arginare la violenza, o addirittura a spegnerla, soprattutto nelle sedi a maggior rischio, tipo pronto soccorso, SERT, psichiatria.
In ultima analisi la corretta comunicazione medico paziente crea un clima friendly in ogni sede di cura, mettendo i pazienti a proprio agio e facendoli sentire accolti in un ambiente sereno, con percorsi e procedure solidi, a garanzia della qualità dell’assistenza. La comunicazione medico paziente è da considerare materia di studio e, logicamente, può essere studiata ed imparata. Mi onoro di essere tra i promotori di una legge nazionale che renda obbligatorio questo studio per tutti gli studenti di medicina, oltre che di una legge regionale che preveda corsi strutturati sulla comunicazione con il paziente/utente per tutti gli operatori della Sanità Pubblica campana.
Gli studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli disporranno, dal prossimo anno accademico, di alcune ADE (Attività Didattiche di Elezione) da me animate su questo tema.
E’ solo un primo passo, credo essenziale, per avviare un percorso formativo strutturato per tutti i 6 anni di corso, nonché per tutte le branche specialistiche.
Rosa Ruggiero
Docente Affiliato Cattedra UNESCO Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Docente Master Management Sanitario II livello Università degli Studi “Federico II”
Autrice del volume: “Dall’ascolto al dialogo: la comunicazione medico paziente” De Nicola Editore

